L'inizio
EPISODIO 8- Un rumore continuo e regolare, animato da un certo nervosismo, non tanto latente, che s’insinuava in ogni singolo movimento che il giovane ragazzo compiva nello spazio caotico e colorato della sua camera da letto. Randy si stava preparando per uscire, quel pomeriggio avrebbe incontrato Laura e forse, se la concentrazione glielo avrebbe permesso, avrebbe anche imparato qualche principio matematico di una certa importanza… importante soprattutto per il conseguimento della sua maturità. Prima di uscire di casa Randy stava controllando di aver preso tutto ciò che gli serviva per non apparire distratto, poco attento e inaffidabile. In sostanza, intento più che comprensibile, voleva fare bella figura. Penne di vario colore, quaderni, blocchi per gli appunti e libro di testo.
“Il libro delle scuole medie io lo lascerei a casa, forse non ti serve…” disse il Botta che osservava il suo trepidante amico.
Randy si fermò e scoprì di avere tra le mani un libro totalmente inutile. Così com’è inutile affermare che il giovane ragazzo era nervoso, molto nervoso, così nervoso che avrebbe potuto suonare un violino, una chitarra elettrica ed una batteria nello stesso istante, mentre memorizzava un passo della Divina Commedia, criticava ad alta voce un quadro di Michelangelo e guardava un film della trilogia dei Caraibi.
“Però, senti la pressione del momento…” notò il Botta con un’attenta e scrupolosa osservazione psicologica.
“Ma dai…e da cosa si nota? - rispose prontamente Randy - Sembra la finale del 2006…”
“Gran bella serata quella…” Gli occhi sognanti del Botta fissarono un punto imprecisato, evidenziando il dolce ricordo che si stava plasmando nella mente del ragazzo. Una notte d’estate, Barriera Repubblica e il bagno schiumoso nell’acqua di quella fontana che decorava l’ennesima rotonda presente in città.
“Magari fossi euforico come alla fine della partita, sono invece in tensione come prima del calcio d’inizio…”
“Beh, io non ti posso aiutare, anche perché non ti capisco. E’ soltanto una…”
“…una ripetizione… - lo precedette Randy - lo so, lo so, non ricordarmelo…”
“Ci sentiamo dopo va…” affermò arrendevole il Botta. Prese il suo zaino e uscì dalla stanza del suo amico.
Anche Randy, dopo pochi minuti, uscì da casa. Laura viveva dall’altra parte della città e lui ci doveva per forza andare in autobus, non avendo ancora riparato il suo scooter. Poco male, a Randy piaceva girare per le vie dell’Oltretorrente e la ragazza viveva proprio nelle vicinanze di quell’edifico giallo e marrone di Via Costituente dove ogni giorno, una marea di volenterosi adolescenti, vi si recava soltanto per “imparare”. Arrivò il momento. Dopo una mezz’oretta di fermate, il ragazzo giunse davanti al portone di casa di Laura e suonò al citofono. Dopo pochi istanti, che a Randy parvero ore interminabili…
“Chi è?” una voce al citofono si fece sentire…non era quella di Laura.
“Sono Andrea, cercavo…”
“Ah, sì, ti apro…” bene, perlomeno non aveva sbagliato portone, in più era anche atteso.
Fece le scale, arrivò al secondo piano, sulla porta c’era lei che lo attendeva, con i suoi capelli lunghi castani, con i suoi due occhi chiari e con un sorriso che faceva venire in mente solo i colori più belli di un arcobaleno appena accennato.
“Ciao, sei stato puntuale…”esordì la ragazza, evidenziando tutta la calma del mondo.
“Eh…sì…” rispose Randy, evidenziando tutto l’impaccio possibile immaginabile.
Una volta sradicati dall’entrata di casa, dove i due ragazzi si fissarono per circa cinque secondi netti, i due provetti matematici, si sedettero al tavolo del soggiorno pronti ad “imparare” tutto quello che la scienza matematica poteva offrire loro.
“Prima di cominciare…- si fece sentire Randy - Laura, non vorrei che tu pensassi che io…sì…che io approfitti di questa…ripetizione…- la facciona del Botta comparve per un attimo nella mente del buon Randy - per stare da solo con te…- si rese conto di aver detto una stupidata, allora cercò di correggersi - cioè, è chiaro che mi fa piacere stare da solo con te - ancora peggio - non in quel senso che puoi pensare - si affrettò a precisare - quello che sto cercando di dire…è che prendo seriamente la storia delle ripetizioni…”
Dopo questo sfacelo linguistico che lasciava morti sul campo di battaglia, qualche verbo qua e là, qualche complemento oggetto lasciato morire di stenti…la ragazza, che ancora cercava di capire il significato etimologico delle parole pronunciate dal suo giovane e confuso amico disse soltanto:
“Ma io non penso assolutamente niente di tutto questo.”
“Ah no? - si sorprese Randy - Beh…allora siamo tranquilli direi…possiamo anche…cominciare…”
Quindi i due ragazzi trascorsero il pomeriggio in compagnia di logaritmi, integrali e grafici dalle forme sinusoidali, strane e dal significato inspiegabile. Ma Randy non si dava per vinto, avrebbe giocato la carta della passeggiata di fine studio e sapeva già dove andare. In quel borghetto, che ad angolo con i portici di via Mazzini, fa da dimora alla pizzeria volante più famosa di tutta la città, dove padre e figlio sono sempre lì pronti a rifornire chiunque, grazie ad una sonante monetina, di un pezzo di margherita ustionante e dalla mozzarella filante. Come un angolo di New York, in mezzo alla storia antica dei borghetti del centro.
“Ho iniziato stamattina…” le unghie componevano un motivetto isterico sul tavolo del ristorante.
“Capisco.” affermava, attento, un interlocutore.
“Davvero, mi sembra di essere caduta su di un pianeta sconosciuto…”
“Forse perché era soltanto il primo girono…può darsi che con il tempo ti abituerai.”
“A cosa? A quello in giacca e cravatta che continua a passare dalla mia scrivania a dirmi che se ho bisogno di qualcosa posso rivolgermi a lui? Oppure potrei abituarmi a sentire la programmazione, per i prossimi dieci natali e quindici pasque delle cene aziendali? Ah no, aspetta, potrei abituarmi a sentirli parlare di ogni cosa…che a me NON INTERESSA.” Concluse così Giuly, facendosi “leggermente” sentire dagli altri clienti che erano seduti ai tavoli vicini a quello dove stavano lei e la sua amica Cinzia.
“Non è che forse…dico forse eh…sei diventata un po’ snob?”
“Sì, forse sì, - confessò Giuly in un impeto di preoccupazione mal celata, venuta fuori con tutto il nervoso e la tensione che poteva dimostrare di avere - non è il mio modo di parlare questo, non è il mio modo di essere.”
Cinzia sorrideva, non perché fosse insensibile, ma soltanto perché la sempre ipercontrollata Giuly, navigava fra sensazioni così lontane ed opposte fra loro da rendere buffo questo suo divertente altalenare. A dire la verità, c’era anche un pizzico d’imbarazzo, la ragazza stava, non poco, attirando l’attenzione su di sé.
“Ma Giuly, è soltanto il primo giorno, parli già come se ci lavorassi da anni il quel posto. Di solito la depressione lavorativa sorge dopo un po’…” cercò di sdrammatizzare Cinzia. Giuly sorrise, la sua intelligenza e la sua autoironia le permisero di apprezzare quella simpatica presa in giro che aveva nella sua essenza un’amicizia più pura che mai. Significativo, però, che la nostra affezionatissima Giuly non fosse poi così contenta del suo nuovo lavoro, dopo un giorno dall’assunzione. Anzi, meglio precisare, assunzione per il periodo di prova.
“Hai ragione…- si convinse Giuly - adesso penso soltanto a cenare…per il resto c’è tempo.”
Appena la giovane donna concluse la veloce opera di autoconvincimento, un giovane cameriere cinese, che si spacciava fedele suddito dell’Impero del Sol Levante, serviva loro il sushi che le ragazze avevano ordinato. Le due amiche cenavano in uno di quei ristoranti dalla tradizione culinaria confusa. Una caotica diffusione di tradizioni popolari, chissà poi quanto simili, soltanto per la vicinanza geografica? Ma andiamo…perché fare i precisi su queste cose? Se in centro, agendo di fantasia, può comparire un angolo di New York, in ogni via della città può anche esserci uno scorcio di Tokio. Tutto sta nel cominciare a pensarlo o a fantasticarlo. Insomma ogni cosa deve avere un’ inizio, meglio se un buon inizio, così come una storia d’amore o un nuovo lavoro.
22/03/2010