A casa
EPISODIO 1
Sfrecciarono alla destra dell’arco di San Lazzaro. Il ragazzo seduto dietro, in sella a quella sbraitante 600, non riusciva a vedere il contachilometri, ma sicuramente indicava più di cento. S’impegnò, spostò un po’ la testa e da dietro la visiera del suo casco osservò nello specchietto retrovisore sinistro l’arco giallo, che era già diventato un puntino. Sembrava li stesse guardando, un po’ stupito ed un po’ innervosito, perché gli era stato appena fatto un pelo da urlo. Il ragazzo abbandonò l’idea del monumento offeso e cercò di cambiare presa, cingendo meglio la vita del pilota, almeno per sentirsi un po’ più sicuro. All’incrocio con Via Mantova tirarono dritti senza problemi, percorrendo la rotonda a tutta velocità. In quel momento, Andrea, aveva sentito fortemente il bisogno di un buon vecchio semaforo, come quelli di una volta. Se fosse stato rosso magari li avrebbe fatti rallentare. Il problema di fondo era che il giovane Andrea, non sopportava mai stare dietro, preferiva guidare e così avere sotto controllo la situazione e, soprattutto, la velocità. Le luci arancione dei lampioni erano una fila continua, la scia luminosa si rifletteva sulla visiera dei caschi, rendendo tutto molto più urbano. Quando passarono davanti al Warner, l’insegna gialla e nera appariva come un ammasso confuso di colore luccicante. Andrea aveva intuito. Capì, senza applicarsi poi tanto, che erano in prossimità di barriera Repubblica. Sentiva addirittura il rumore dell’acqua della fontana. Pensò: “Adesso dovrà rallentare per forza…non può fare altrimenti…”
Perdendosi in questa debole speranza, cercò di socchiudere gli occhi. Le marce scalarono, facendo sussultare il motore 600, quarta, terza, seconda. A quel punto Andrea rilassò timidamente le palpebre. Ma, considerata l’ora tarda e la maestria nella guida di cui il pilota era provvisto, il ragazzo lasciò subito andare l’idea di un loro possibile stop. Così fu. Subito i giri del motore ripresero regime. Gli occhi del giovane passeggero non fecero neanche in tempo a mettere a fuoco il profilo del campanile di San Sepolcro, che la rotonda in un attimo fu fatta ed erano entrambi giù per via Repubblica.
“Siamo in contromano, te ne rendi conto no?” Urlò Andrea attraverso il casco nero integrale.
“Non c’è problema, siamo soli!”
“Io mi fermerei, Valentino Rossi ormai è lontano!”
“Simpatico, bella battuta! E’un modo per dirmi che stai morendo di paura, va bene, mi fermo!”
Prima che il ragazzo potesse ribattere a questa insinuazione pesante sul suo coraggio stradale, che metteva a dura la prova la sua virilità e la sua credibilità ormonale in una fase della vita parecchio delicata, i due, assieme alla loro 600, erano già all’incrocio con via XXII Luglio. Fecero inversione e la moto concluse la sua corsa. L’ultima sgasata al motore, prima di farlo tacere. Andrea mise un piede a terra, la marmitta scoppiettava ancora, si levò il casco, riprese fiato e si guardò attorno. Le tre di notte, nessuno in giro, fortunatamente neanche vigili, poliziotti o carabinieri.
“La fortuna non ti abbandona mai, avresti fatto un buon ritorno a casa se qualche volante fosse spuntata all’improvviso!”
Il pilota mise piede a terra, girò la chiave, la estrasse e la mise nella tasca sinistra alta del giubbotto, lato cuore. Con il piede sinistro tirò il cavalletto e appoggiò, dolcemente, la 600 sul fianco. La moto aveva fatto il suo dovere e adesso si prendeva tutti gli onori assumendo la sua caratteristica posa ammiccante. Si levò il casco, lasciando andare i suoi lunghi capelli mori. Li sistemò alla meno peggio con le mani e si voltò verso il suo amico. Aveva due occhi furbi quel pilota, ma rassicuranti. Osservavano divertiti e sulle sue labbra carnose comparve un sorrisetto.
“Sono tornata da poco, lasciami gustare la mia città!”
In fondo aveva ragione, Giuliana era tornata proprio quella mattina e quello era il primo giro che faceva per la città. Mancava da cinque anni. Tempo durante il quale Andrea sentì molto la sua mancanza. Si conoscevano da sempre, la loro era un’amicizia saltuariamente sleale, periodicamente cinica e perennemente ironica e per questo…estremamente profonda, sincera e vera.
“Andiamo a fare due chiacchiere?”
“Giuly non posso tornare tardissimo a casa…”
“Ma domani hai assemblea, i tuoi ti hanno fatto uscire senza problemi proprio per questo.”
“Lo so, ma domani mia madre mi dirà, mi raccomando, utilizza il tempo per studiare, hai esami quest’anno.”
“E’ la maturità Randy, è importante, molto importante!”
Sebbene il suo nome fosse Andrea, ormai tutti lo chiamavano Randy. Ma quando lo faceva Giuly, era sempre speciale. Si, perché fu lei a dargli quel nome. Randy si rese conto di voler passare ancora un po’ di tempo con lei e quindi si avviarono a piedi verso il duomo.
“Mi mancava proprio tutto questo!- Randy la guardava incuriosito mentre lei proseguiva divertita- Si, camminare per questi borghi, vedere in lontananza il profilo del duomo, sentire quell’odore speciale che inizia a diffondersi per la città appena si sta per avvicinare la primavera!”
“Giuly siamo in pieno inverno, si crepa dal freddo…”
“Questa città può cambiarsi d’abito in un attimo. Anche i colori dei palazzi cambiano, facci caso!”
I colori dei palazzi? Il giovane cercò di guardare qualche finestra di Via Cavour. Si voltò verso il comune. Aveva quasi l’intenzione di tornare indietro e posizionarsi sotto la statua di Garibaldi per cercare di capire se il palazzo del governatore cambiava colore durante la notte. In breve tempo, testimoniando una certa sua vivacità intellettuale, non spiccata, ma nella media, si rese conto di essere stato un po’ giocato dalla sua amica. Si accorse che lei aveva proseguito a camminare e stava voltando in strada duomo, sentendosi un po’ scemo e sorridendo fra sé, la raggiunse. In piazza duomo tutto taceva. Si sedettero sui gradoni, alla loro sinistra dormiva tranquillo il gigante ottagonale.
“Come vedi non è cambiato niente, sei contenta?”
“Di essere tornata. Ma non è vero che non è cambiato niente.”
“Giuly sei tornata da un giorno, sei stata in casa a sistemare tutto e sei uscita di notte, come fai a capire che è cambiato qualcosa?”
“Cambia sempre qualcosa quando torni…e non è detto che a cambiare sia per forza il posto in cui torni.”
“Io preso il diploma sloggio, almeno per un po’!”
“Ci tornerai…”
“Perché ci sei tornata tu? Sei sparita un po’ troppo presto forse, dopo la laurea non vedevi l’ora di prendere il volo, ma hai ventotto anni, puoi sempre ripartire.”
“Non lo escludo…”
“A me, in certi momenti, tutto questo giallo e arancione, mi mandano in bestia!”
Giuly sorrise, ma quella di Randy non era una battuta. Non importava precisarlo, la ragazza era tranquilla, rilassata, si gustava ogni singolo momento di quella notte.
“Torniamo a casa Randy? Se tua madre si sveglia e non ti trova mi tocca lasciare la città per sempre!”
“Ancora qualche minuto, - sorrise il ragazzo. Si voltò verso la sua amica e la fissò - musica?” Giuly annuì senza parlare. Randy tirò fuori dalla tasca destra della sua giacca il suo shuffle nero. Passò l’auricolare destro alla ragazza, lui portò all’orecchio quello sinistro. Appena l’indice della mano destra del giovane stava per far partire un pezzo contenuto in una qualche playlist caricata sul moderno e spoeticizzante portamusica, la mano sinistra di Giuly lo bloccò.
“Cosa stiamo per ascoltare?”
“Fidati, sapevo che saremmo finiti davanti al duomo a sentire musica, ti piacerà di sicuro!”
Giuly si fidò. Permise al suo amico l’avvio dello shuffle. La raffinata tecnologia cercò il primo file. Gli accordi di chitarra di “Smell like teen spirit” iniziarono a farsi sentire, la batteria si aggiunse, la voce roca di Kurt ributtò subito piazza duomo negli anni novanta. Lei chiuse gli occhi calandosi, improvvisamente, nella sua immaturità e perdendosi in quelle magnifiche note.
04/01/2010