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mercoledì 8 febbraio 2012

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Notizie di Mille mondi, una città - Romanzo a puntate

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EPISODIO 2

L’abito da sera veniva lentamente levato e la città, ancora assonnata ma sufficientemente lucida, attendeva che il cielo le dicesse cosa indossare per il nuovo giorno che stava per iniziare. La notte prima era piovuto molto a monte e il torrente aveva molte cose da dire. Una lingua grigia e increspata scorreva cercando di celare a tutti il fatto che si trattasse soltanto di acqua. Dal ponte Italia al ponte delle Nazioni ormai i piloni erano quasi sommersi, sembrava quasi che quell’incedere impetuoso e rumoroso avesse intenzione di urlare a tutti gli abitanti…”oh! Non mi notate oggi? Vedrete cosa vi combino questa sera…svegliatevi…forza!”

A rasserenare gli animi faceva la sua comparsa un timido sole, andante bianco, che illuminava a poco a poco ogni strada, rendendo ormai inutili le luci dei lampioni che timidamente sbiadivano il loro arancione.
Giuly era ancora a letto, in camera sua regnava incontrastato il caos. Due valigie, di dimensione media, riposavano tranquille in due differenti posti. La prima accanto alla scrivania e la seconda ai piedi dell’armadio. Aveva cominciato a svuotarle la sera prima ma non aveva proseguito, colta da un’improvvisa e irrefrenabile voglia di non fare nulla. Nella sua camera da letto non c’erano molte cose. Era stata via cinque anni e la sua famiglia non era una di quelle famiglie che conservano, come un luogo sacro, il giaciglio del proprio figliolo partito alla scoperta del mondo. Appena Giuly lasciò la città loro, non smentendo per niente la lontana e pratica origine contadina, trasformarono la stanza in un accogliente posto per gli ospiti. Non che non avessero a cuore il ritorno della loro amata figlia unica, ma il tempo insegna a chiunque che ogni soluzione immediata è sempre meglio di un qualcosa di meditato ma non desiderato. Piero e Anna decisero così, e semmai Giuliana fosse tornata a dormire in casa loro, avrebbe trovato una semplice, neutrale, leggera e ordinata, camera per gli ospiti. Ovviamente la ragazza l’avrebbe vissuta come una complessa, estremamente di parte, pesante e caotica ex cameretta. Così accadde, infatti dopo tre giorni dal suo ritorno sembrava che non fosse trascorso neanche un mese. Sì è vero, alle pareti non si mostravano più, fieri e orgogliosi di sè, i vari attori o musicisti che avevano condito con qualche sprazzo d’arte a poco prezzo i giorni della giovane adolescente. Fortunatamente non era mai stata una di quelle teenager attratta dagli “ingellati” da copertina dai vorticosi bicipiti glabri. I volti che campeggiavano selvaggi durante gli anni novanta sulle sue pareti avevano dei nomi ben precisi e anche, in alcuni casi, qualcosa d’interessante da dire. Jeff e la sua chitarra, Steven e le sue labbra, saltuariamente Iggy e la sua magrezza. Dipendeva da come lei si sentiva in certi periodi, se accoglieva in se la concezione del divertimento puro o se la razionalità inondava la sua operosa testolina. Giuly aprì gli occhi. Eh sì, aveva dormito, erano le nove del mattino e solo ora ricordava che aveva appuntamento con Daniela, esattamente dopo un’ora. Si preparò in tempo record. Aveva cambiato almeno una quindicina di lavori - tutti legali - negli anni passati, aveva vissuto in ogni tipo di appartamento condiviso con ogni specie di coinquilino ed era stata costretta a prendere qualunque tipo di mezzo di locomozione per giungere sul posto di lavoro. Era piuttosto allenata alla preparazione svelta ma impeccabile.La sua sbraitante seicento si era ormai seccata di riposare in garage, attendeva impaziente che qualcuno le permettesse di recitare un monologo lungo e particolarmente incazzato. Giuly le concesse questa possibilità. Dalla fine di via Sidoli alla nuova e contorta rotonda dell’incrocio tra via Pasini e viale Piacenza neanche un quarto d’ora e senza fare alcuna tangenziale. L’appuntamento era davanti quel baretto carino, piccolo ed elegantemente visibile. Le vetrine che davano su Via Savani testimoniavano un non voluto richiamo ad un più famoso blu bar. Giuly arrivò in tempo e prima di Daniela, la quale, dopo aver girato per circa mezz’ora nel piazzale dietro il bar e per tutto viale Piacenza, una volta trovato un parcheggio, si era resa conto di non avere neanche uno spicciolo in tasca. Andò davanti al bar, incontrò la sua amica e sorridendole, come se non l’avesse vista per interi anni, le disse l’unica cosa giusta, sana ed intellettualmente onesta: “Mi accompagni dal tabacchino a prendere il talloncino per il parcheggio?” Giuly sorrise e con lei anche il suo cuore. Una serenità avvolgente avanzava, aprendosi dei varchi quasi come la Parma stava facendo da tutta la notte e la mattina. La nostra affezionatissima era tornata e si lasciò andare ad una giusta constatazione: “Le righe blu sono proprio tante, forse pure troppe.” Le due amiche si allontanarono, contente di essersi ritrovate.

Lavarsi la faccia al mattino era sempre un trauma. Poteva far scaldare l’acqua per ore, se ne avesse avuto il tempo, ma restava sempre troppo fredda e fastidiosa per il suo viso. Aveva i muscoli rilassati, gli occhi semichiusi e i capelli spettinati, ma doveva decidersi. Respirò profondamente e decise d’affrontare come un uomo il risveglio. Soltanto dopo essersi asciugato riusciva a capire, con un sufficiente grado di precisione, cosa doveva fare. Rassegnarsi a prendere l’autobus, di solito il cinque, andare a scuola e se restava tempo, assicurarsi che quel marmocchio antipatico, petulante e fastidioso di suo fratello entrasse nelle scuole medie di piazzale Rondani. Compiuta questa solita routine Andrea entrò nella sua classe, al primo piano di quell’edificio giallo e marrone di via Costituente. Ai suoi occhi sempre il solito spettacolo. Al primo banco il Pelli, mediamente alto, particolarmente forforoso e discretamente bisognoso d’amicizia disinteressata, cosa mai avuta fra l’altro, essendo il più bravo della classe. Infatti, attorno a lui c’era si un piccolo gruppetto di ragazzi, ma qualcuno gli chiedeva il quaderno di latino, un altro quello di matematica ed un altro ancora aveva bisogno di una spiegazione veloce e concisa delle ultime pagine del libro di storia. Se serviva qualcosa c’erano un sacco di persone, altrimenti era sempre da solo o con il suo compagno di banco, che era l’unico a non copiare e ad andare malissimo in quasi tutte le materie. Randy se ne stava andando al suo ultimo banco e il Botta era là, che con una fatica immane stava cercando di copiare in tempo record le ultime tre versioni di latino. Dietro di lui c’era la malcapitata di turno, la ragazza più brutta della classe, forse anche della scuola. Molto meno ingenua del Pelli, perciò sapeva benissimo che se qualcuno le si avvicinava era solo per chiederle di copiare. Non diceva di no, però seguiva i suoi sfruttatori e, come un falco, aspettava che il copione scrivesse l’ultima lettera dell’ultima parola per portarsi via il suo amatissimo quaderno. Era ferma immobile, aveva le braccia conserte ed uno sguardo estremamente cattivo. Batteva velocemente il piede destro in terra, era visibilmente irritata. Randy la salutò con un piccolo cenno del capo, lei rispose con uno scatto nervoso e repentino del mento. Aveva gli occhiali abbassati sul naso, in modo da controllare a che punto stava la copiatura del Botta e ogni tanto, alzando gli occhi, sorvegliava la porta, perché nel momento in cui il professore avrebbe varcato la soglia, lei sarebbe stata velocissima ad andare al suo posto. Ad intervalli quasi regolari si sentiva un suo sbuffo o una chiara manifestazione d’insofferenza. Inutili e comici erano i tentativi del Botta che, senza staccare gli occhi dal quaderno e senza smettere di scrivere, le chiedeva com’era andato il sabato sera, se si era divertita, cos’aveva visto la sera precedente in televisione. Erano tutti metodi beceri per accattivarsi la sua benevolenza. Era troppo furba, lo intuiva alla grande, perciò concedeva risposte secche e concise. Randy non poté fare a meno di sorridere, soprattutto dopo aver incrociato lo sguardo divertito del suo amico. Per evitare di complicargli troppo la vita, poggiò lo zaino in terra ed uscì dalla classe in attesa dell’arrivo del professore. Si guardava attorno il giovane amico di Giuly, osservava questo fiume di colori, zaini, giacche, facce, guanti di tutti i tipi, teste coperte da ogni tipo di cappellino. Era una nuova generazione in pieno fermento e come, sì, proprio come la Parma stava facendo da tutta la notte e la mattina, questa ondata di giovani studenti, si sarebbe impossessata nonostante tutto, del futuro. Il nostro affezionatissimo si sentiva parte di tutto questo, conservando la sua unicità, intendeva sfruttare questa grande fortuna. Pensò alla nostra affezionatissima, sapeva che si sarebbero incontrati quella sera nel cortile del condominio. Avrebbero parlato delle loro rispettive giornate e, respirando l’aria fredda del tardo pomeriggio parmigiano, avrebbero camminato a piedi per via Repubblica, osservando lo scorrere di ogni cosa, proprio come ininterrottamente faceva l’acqua della Parma.

11/01/2010

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