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Mille mondi, una città - Romanzo a puntate

A cura di Luca Mancini

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Notizie di Mille mondi, una città - Romanzo a puntate

Le differenti percezioni

EPISODIO 4 - Ritmando elegantemente le ore e i minuti e nascondendo timidamente i secondi indisciplinati, il tempo, come un invisibile gigante, dominando su tutto e tutti, faceva proseguire senza alcuna interruzione di sorta l’esistenza del mondo intero. Anche la città divisa dal torrente, sebbene particolare e speciale, come ogni luogo lo è grazie all’opera di autoconvincimento di ogni suo abitante, non si sottraeva a questo passaggio inevitabile. E così, già dal giovedì sera si cominciava a respirare aria di Jazz…si proprio di Jazz. Dopo un forsennato rock, un’infernale cascata di note dure che avevano scandito il lavoro settimanale, arrivava la pausa gradita, desiderata e finalmente ottenuta. Una pausa dal movimento dolce, particolarmente sinuoso, che si diffondeva in tutte le vie, i borghi, le piazze, i parchi, le rotonde e i larghi, distendendosi rilassata su tutti i tetti. Quasi come le dita di un maestro esperto che si muovono sicure e danzanti sui tasti di un pianoforte neanche tanto antico, o come la voce di un soprano si modula al di la del palcoscenico di quel teatro, così antico e pieno di arte che a stento riesce a trattenerla tutta al suo interno e suo malgrado la riversa fragorosamente all’esterno, facendo giungere sprazzi di poesia sino alla fine di via Garibaldi, così quel mascherato riposo di fine settimana prendeva possesso, tranquillo e delicato, di tutta la città divisa dal torrente. Solo l’acqua appariva insensibile a tutto questo. D’altronde la sua natura libera non le poteva permettere di fare altro. Era il suo mestiere preferito, come lo sarà sempre, quello di scardinare i dettami imposti. E i due nostri affezionatissimi, Randy e Giuly? Non potevano di certo sfuggire a tutto questo.

 

Dopo l’ultimo giorno trascorso a sopportare i lavori forzati mentali, Randy abbandonava la sua caratteristica resistenza settimanale. Perciò ogni tipo di principio matematico, o legge fisica, o distico filosofico oppure poetica di qualche autore particolarmente depresso e romantico, sfuggivano dalla sua mente come tanti bambini fuori da un asilo alla vista dei loro genitori. Il cervello rispondeva soltanto ad un impulso, trovare qualcosa da fare per divertirsi. Una ricerca spasmodica, dettata da un inquietudine adolescenziale fuori da ogni canone. Un’ondata di giovani donne e ragazzini ancora non troppo maturi, sebbene coetanei delle giovani donne, si riversavano nel centro città, colorando eccessivamente ogni angolo di strada. Certo, occorre precisare che Randy ormai aveva raggiunto i diciotto anni, la sua adolescenza andava leggermente sfumando, perciò alcuni tipici atteggiamenti del sabato pomeriggio, non erano più rintracciabili in lui. Ad esempio non era più il caso di consumare chilometri infiniti seguendo il percorso sud-nord, sud-nord, di via Cavour. Ormai quel tempo era già andato. Anche se una debolezza rimaneva. Infatti quando Randy vide la chiamata del Ferro sul suo cellulare non seppe resistere. Rispose quasi subito, il tempo di due squilli di cortesia.

 

“Dove siete? – chiese il ragazzo in preda alla curiosità subito soddisfatta – Vi raggiungo…- espressione di disappunto, il faccione sorridente e dondolante del Botta comparve nella mente di Randy – come vuoi che venga Ferro…o in bici o in autobus, anzi verrò in autobus, ho lo scooter ancora fermo…” perché aveva seguito i consigli del Botta? Il suo amato scooter era sequestrato già da un paio di mesi da un meccanico dalla erre moscia incontrollabile, ostaggio in cambio di un riscatto. Un carburatore che non arrivava mai. Pronto detto, pronto fatto, il tempo di darsi una sistemata, una doccia veloce, un paio di jeans che crollavano in terra da quant’era bassa la vita del modello, una felpa, un paio di scarpe strausate, una sciarpona e via, diretto verso il luogo che avrebbe potuto far sognare chiunque, anche il più insensibile degli insensibili. Giunto in via Repubblica Randy scese dall’autobus. Pochi passi, passando davanti la vetrina illuminata di una libreria molti libri gli facevano l’occhiolino, cercando di spacciargli un po’ di cultura. Ma il ragazzo era ligio al dovere, fine settimana, niente assorbimento di concetti che avrebbero potuto distogliere la sua impostazione cerebrale da ciò che era l’intendimento di quel preciso istante. Attraversare la strada, dirigersi in via Farini, fare finta di non vedere tutto il patinato dei primi metri e subito infilarsi nella prima traversa a destra. Dopo pochi metri, sarebbe giunto davanti la vetrina che faceva da preludio al luogo più caloricamente avvolgente di tutta la città. Randy in quei momenti, prima di entrare e ordinare, si convinceva di avere lo stomaco debole, molto debole. Uno stomaco che necessitava di cure, di attenzioni, insomma, uno stomaco che aveva assoluto bisogno di andare in clinica. Niente di serio, un ricovero veloce, quei quaranta minuti che servivano a trangugiare, deliziandosi ad ogni morso e perdendosi nei meandri di una poesia paninotecara, un paio di panini fatti da quell’uomo che riceveva benedizioni dall’alto ad ogni angolo di strada. Il Ferro e gli altri erano lì, seduti al terzo tavolo a destra, Randy si sedette vicino a loro. La cura poteva avere inizio.

La sbraitante seicento taceva. Ammiccava ai passanti che la vedevano parcheggiata e inclinata a sinistra, avrebbe voluto dire loro che l’apparenza poteva ingannarli parecchio. Anche se la vedevano sonnecchiante, nascondeva nel fondo del suo motore la consueta voglia di urlare. Ma quel giorno il suo pilota non era in vena di accelerare, sfiorare delicatamente la frizione, scalare le marce per far riprendere giri al motore e poi dare gas per macinare ogni tipo di asfalto. Eh si, quel giorno Giuly era in camera sua, come una sedicenne pensierosa. In realtà il senso di praticità e la voglia di darsi una mossa l’avrebbero fatta smuovere da lì a pochi secondi. Aveva deciso che avrebbe dedicato l’intero week-end alla ricerca di un lavoro.

Annunci, giornali, internet, era circondata da ogni cosa che avrebbe potuto aiutarla a trovare un impiego decentemente retribuito. Non avrebbe avuto alcun problema nell’adattarsi ad ogni tipo di lavoro che le sarebbe capitato di fare. Negli anni passati era stata una cameriera, una commessa, una segretaria, un agente immobiliare, una bibliotecaria e persino un aiuto cuoco. Tutto tranne quello per cui lei aveva studiato. Una laurea in lingue e letteratura straniera, arrotolata con ordine e maestria, dimorava beatamente all’interno di un tubo di cartone che aveva appiccicato sopra un cartoncino bianco con su scritto a caratteri neri e grandi, “Università degli studi di Parma”. Giuly era a letto sdraiata e teneva quel tubo di cartone accanto a lei e ogni tanto lo faceva roteare sopra la sua testa. In realtà, ciò che la giovane donna cercava di comprendere era se usare o no quel pezzo di carta che proseguiva, indisturbato, la sua esistenza all’interno del tubo di cartone. Un dubbio che attimo dopo attimo, minuto dopo minuto si stava tramutando in qualcosa dalle dimensioni ciclopiche. Il centro città si muoveva e si affollava, il sabato pomeriggio si stava distendendo sempre più e lei era lì, intenta nella sua riflessione e anche nel ricordo di ciò che aveva visto due giorni prima vicino al parco ducale.

 

“Pensavo che il mio ritorno a casa sarebbe stato un po’ più riposante. E se io ripartissi?” Un barlume di poco coraggio le illuminava il viso. Una scelta delicata, nel caso in cui l’avesse presa, ma si rese subito conto che non si stava dirigendo verso qualcosa di saggio. I suoi pensieri furono di colpo interrotti. Qualcuno bussava alla porta della sua camera da letto.

“Avanti” disse subito Giuly.

La porta si aprì, una signora sui sessant’anni, dai capelli neri e dal viso che testimoniava una passata bellezza che, nonostante tutto, stentava a sfiorire, fece ingresso nella camera di Giuly.

“Sto uscendo…papà è al negozio, hai bisogno di qualcosa?”

Erano anni che non si sentiva rivolgere questa domanda. Una sensazione di protezione avvolgente si fece subito sentire e qualcosa di volutamente indefinito accarezzò il suo cuore. Si rivolse a sua madre e disse:

“No grazie…non ho bisogno di nulla…- la donna annuendo senza parlare, stava per richiudere la porta della camera ma Giuly la fermò – aspetta mamma…esco con te…ti accompagno…”

“Non ci salgo sulla tua moto eh…” rispose prontamente la mamma della ragazza.

“Andiamo in macchina, non ti preoccupare.” Sorrise Giuly. Ed uscì dalla camera da letto con sua madre.

Il sabato pomeriggio di Giuly era l’essenza del suo ritorno. Come la città si stava riposando dopo una settimana di lavoro, come Randy si riposava dopo una settimana di scuola facendo però lavorare come un matto il suo fegato, così Giuly si riposava dal suo pensiero del lavoro, dal pensiero dei ricordi e dei suoi vecchi “amici” e da tutti gli altri problemi affrontanti lontano dalla sua famiglia. Ora era tempo. Accompagnando sua madre Anna durante un riposante sabato pomeriggio.

25/01/2010

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