EPISODIO 5 - Immersa in ciò che di più caro c’è, la luce brillante del sole, quella mattina la città si muoveva lentamente. Sembrava che qualcuno, particolarmente dispettoso, avesse sparso nell’aria un rhythm n blues dai bemolli frequenti, costringendo tutto e tutti ad un risveglio dondolante. Le vie del centro si animavano con parsimonia. Una ventiquattrore ogni tre zaini, una borsetta griffata ogni quattro o cinque borse strausate, di pelle nera, vissute, consumate da azioni ripetute nel tempo, dense di bellezza, di conoscenza e di esperienze in bianco e nero. Dall’arco di San Lazzaro al cavalcavia della fine di via Gramsci, un fendente accecante, violento e marziale di luce solare tagliava da est a ovest la città, facendo sorgere una muta invidia nella Parma, che per un giorno veniva defraudata del suo consueto ruolo di divisore ducale.
Ma le emozioni della nostra affezionatissima Giuly erano del tutto diverse. Il cuore batteva a mille, la tensione si aggirava velocemente nelle sue vene e le sue azioni erano veloci, brevi e concise. Si stava preparando per un colloquio di lavoro, l’ennesimo in quattro giorni.
“Laurea in lingue, massimo dei voti…- un uomo dai capelli corti e neri osservava, chiuso nella sua cravatta scura, il curriculum di Giuly - direi signorina che il suo curriculum è davvero interessante. La nostra azienda ha sempre molti rapporti con l’estero e leggo che lei parla inglese, francese, tedesco e spagnolo.”
“Mi è capitato di viaggiare parecchio…”
“…ha fatto anche diversi lavori, ottimo, lo spirito d’iniziativa e di adattamento è molto importante e noi cerchiamo proprio questo. L’ufficio del personale vaglierà la sua candidatura con molta attenzione.”
Aveva spedito il curriculum, aveva ottenuto un colloquio in tempi brevi e forse sarebbe stata pure assunta, per un potenziale contratto di sei mesi. Ne valeva davvero la pena?
“Il posto nell’agenzia di viaggi di mio padre è sempre disponibile se ti va…” Giuly era seduta ad un tavolo di un bar di Piazza Garibaldi, il sole di quel giorno permetteva di stare all’aperto. Una delle sue storiche amiche del liceo, Cinzia, le faceva compagnia e, a quanto pare, le offriva anche un lavoro.
“Dici davvero? Sai che l’idea non mi dispiacerebbe per niente…” Rispose interessata Giuly.
“Sarà come tornare a scuola, abbiamo due scrivanie vicine. Certo, si dovrà lavorare qualche volta…” Sara sorrise e Giuly rispose a quel sorriso, mascherando i suoi pensieri. La giovane donna, continuava a pensare a Daniela e a ciò che aveva visto quella volta fuori dal parco Ducale. Non c’era stata occasione d’incontrarla, soltanto qualche messaggio, niente di più. Giuly voleva e doveva trovare la forza per poter affrontare, in un solo attimo, tutto il suo passato. Quella mattina, davanti al parco Ducale, Daniela aveva salutato con un dolce e tenero bacio, sotto gli occhi stupiti di Giuly, che rapinava quella scena, una ragazza dai capelli corti e scuri, era Rebecca, la causa per cui Giuly, in preda ad una confusione disarmante, aveva deciso di partire alcuni anni prima. Nonostante il lavoro trovato, la possibilità di essere assunta da una grande azienda della provincia parmigiana, ricca, operosa e sana, Giuly non trovava un solo motivo per gioire del suo ritorno. Tutti gli anni passati a viaggiare, a conoscere, a scoprire meglio sé stessa, i suoi punti deboli e i suoi punti di forza, tutto il tempo trascorso a cercare di capire da che parte il suo cuore doveva battere, da quale tipo di amore doveva farsi conquistare, sembravano svanire in un attimo davanti alla realtà che aveva lasciato e che ora prepotentemente tornava nella sua esistenza.
“Eh si, c’è proprio scritto tre…” disse il Botta all’incredulo Randy che osservava quel foglio protocollo a quadri poggiato davanti a lui sul suo banco.
“Non può essere…”
“Si che può essere, si tratta di matematica…”
“Andrea - una voce dalla cattedra si levava stentorea verso il povero Randy -dovresti studiare un po’ di più…si tratta di matematica, liceo scientifico, ricordi?”
“Certo prof.” rispose Randy.
“E allora impegnati. E guarda che sono stata di manica larga con quel tre.”
Una risatina fastidiosa si diffuse fra tutti i compagni di classe. Randy comprendeva di essere stato messo al centro di una cospirazione, qualcosa da cui doveva assolutamente difendersi.
“Ma è il voto più basso di tutta la classe? Beh allora prof. qualcosa di positivo c’è…sono riuscito a prendere meno di tutti e un po’ come prendere più di tutti alla fine.”
Le risatine si tramutarono in risate di approvazione per l’ironia manifestata.
“Il preside Andrea, ti potrebbe aspettare il preside…” rispose tranquilla la prof, mentre riponeva il suo libro nero nella borsa.
Appena fuori, il Botta si diresse verso il suo scooter seguito da Randy.
“Oggi non passa Giuly?”
“Sono un paio di giorni che non la sento.”
“Non vivete nello stesso condominio?”
“Sì, ma non nella stessa casa, non siamo mica fratello e sorella…”
“Sai cosa stavo pensando…Giuly è una ragazza molto, molto carina…non è che tu…”
“Stop fermati non andare oltre. La conosco da quando avevo tre anni, mi ha visto nudo al mare e sul vasino.”
“Che impressione…allora hai ragione.”
“Lo vedi, non potrei mai prenderla sul serio.”
“Non mi riferivo a te, scemo, mi riferivo a lei. Vederti sul vasino a tre anni deve essere stato traumatico.”
“Scusate - una voce di ragazza si fece sentire alle spalle dei due amici. Si voltarono all’unisono e videro quei capelli lunghi castani, quegli occhi chiari e quel sorriso che faceva venire in mente solo i colori più belli di un arcobaleno appena accennato - dovrei prendere la mia bicicletta…” Laura indicava la bicicletta davanti alla quale Randy era fermo. Il Botta osservava divertito l’imbambolamento da birillo di cui era vittima il suo compagno di banco.
“La bici?” chiese Randy.
“Eh sì, ci sei davanti.”rispose Laura.
“Ah! Scusa, la bici, - il ragazzo si voltò di scatto e capì di stare in mezzo ai piedi - no è che stavo parlando con lui – indicò il Botta- e mi ero distratto…scusami…”
Laura tirò fuori dalla tasca destra della giacca la chiave per aprire il lucchetto.
“Oggi va un po’ così, ha preso tre in matematica…” si fece sentire il Botta.
Randy guardò il suo amico, stupito per questa sua confessione.
“Tre in matematica?” chiese Laura.
“Eh… - sorrise imbarazzato Randy, convinto di fare una figuraccia, si stava vergognando come un ladro di figurine – sì…era un tre…ma alla fine…poteva essere inteso…”
“Studia Andrea, studia…mi raccomando…” Una voce stentorea, quella della prof., si fece sentire, passando vicino al gruppetto di ragazzi. La donna pensò bene di riprendere ancora una volta il suo allievo.
“Buongiorno prof., si, studio, studio. – Randy si rivolse a Laura e indicò la prof.- eh sì…quella del tre…”
“Io ti conosco sai. - affermò improvvisamente Laura. Randy si bloccò, erano le parole più belle che potesse mai sentire in quel momento di vorticoso imbarazzo - Sì, ti chiamano tutti Randy e un paio d’anni fa hai allagato la palestra…”
“Era stato un incidente.”
“Beh il tre in matematica bisogna tirarlo su.”
“Tu sei brava in matematica?” chiese il Botta.
“Laura in matematica? È la migliore…senza ombra di dubbio.” Elisa, un’amica di Laura, si era avvicinata ai tre ragazzi in sella alla sua bicicletta.
“Ripetizioni…” disse subito Randy.
“Come?” chiese stranita Laura.
“Potresti darmi delle ripetizioni, l’hai detto tu che devo tirare su il tre.”
Laura ci pensò su un attimo. Il Botta ed Elisa, incuriositi tanto quanto Randy, attendevano la risposta della ragazza. Dopo alcuni istanti Laura sorrise a Randy e annuì senza parlare.
“Allora domani ci mettiamo d’accordo.” disse il ragazzo.
“Va bene…a domani…” Laura salutò il Botta e Randy e si allontanò in sella alla sua bicicletta in compagnia di Elisa.
“Non può essere…non ci credo…” si stupiva il Botta.
“Credici…è successo.” affermava soddisfatto Randy.
Il cuore del giovane ragazzo era ricolmo di gioia e gli occhi brillavano talmente tanto che avrebbero potuto lanciare una sfida a duello a quel fendente accecante di luce che tagliava da est a ovest la città.La giornata di Randy era illuminata, nonostante quel tre in matematica. Ma oltre alla luce, c’erano anche dei coni d’ombra e quel giorno, nonostante un nuovo lavoro alle porte, la sbraitante seicento faceva riposare il suo motore al riparo dai raggi di quel sole di fine inverno.