Lo scoppio della pace
Il Gen. Boscarato ha scritto e pubblicato un libro dal titolo: “Conegliano. Ricordi di vita contadina ormai tramontata”, nel quale ricorda le varie fasi che accompagnavano lo svolgersi di un anno a casa sua, una famiglia di quindici persone, sessanta anni fa, fasi governate dal sole e cadenzate nel susseguirsi delle stagioni, “fasi che si rincorrevano e si ripetevano tutti gli anni, puntualmente come fosse un rito, loro sempre uguali e noi ogni volta con un anno di più”.
E la pioggia, i temporali di questi giorni lo hanno fatto ritornare con il pensiero ai periodi estivi di quei tempi, ai momenti di tregua per i lavori in campagna, periodi estivi durante i quali, dopo i lavori pesanti della primavera, della mietitura, della trebbiatura, della irrorazione delle viti, allorché biade e vigneti imploravano dal cielo sole e pioggia, si profilava un tempo di relativa tranquillità che determinava, appunto, “lo scoppio della pace”.
Ecco il racconto.
LO SCOPPIO DELLA PACE
Completate le operazioni pesanti, coincidenti con il primo ciclo lavorativo dell’annata agraria, si avviava un periodo di relativa tranquillità. Era caldo, i raccolti maturavano nei campi: il granoturco cresceva e le pannocchie facevano spuntare le loro fiocche bianche e talvolta anche colorate, l’uva ingrossava i suoi acini per poi “smollarsi” e cominciare gradualmente a cambiare colore, quella bianca assumeva i riflessi dell’oro e quella rossa tendeva gradualmente ad annerirsi.
Le giornate erano lunghe e per questo, di pomeriggio, appena dopo il desinare, a tutti era concesso un momento di riposo: si andava a letto per un’oretta, dalle due alle tre. Mi sembrava persino strano assistere a questo cambiamento repentino: vedevo mio padre, sempre attivo, energico e presente allo svolgimento della giornata lavorativa di tutti, infilare sereno la scala che portava alle camere, appena dopo mangiato, con un pezzetto di sigaro toscano, a volte acceso ed a volte spento, in bocca.
E mormorava guardando il cielo dalla finestra che dava sul cortile: “Noi la nostra parte l’abbiamo fatta, se il Padre Eterno ci dà una mano, anche quest’anno porteremo a casa quello che ci serve per avere tutti, ogni giorno, un piatto di minestra sulla tavola. E, come ho detto in altre circostanze, in tutti eravamo tanti, una quindicina di persone, ma quel piatto di minestra non è mai mancato a nessuno, grazie al lavoro ed al sudore di tutti ed alla mano protettiva e lungimirante del Padre Eterno che non è mai venuta meno.
Non nego, tuttavia, che quando i temporali “busnàvano” in aria, specialmente di pomeriggio minacciando la grandine, un po’ di preoccupazione ci fosse. Venivano chiusi in fretta finestre, porte e balconi, si spegnevano le luci e mia madre riuniva noi bambini (io ero il penultimo di tredici) nella saletta, davanti all’immagine del Sacro Cuore, appesa sulla parete accanto al vecchio orologio a pendolo, e lì si recitavano le preghiere. Non mancava qualcuna delle mie sorelle che, presa la paletta della brace dalla cucina, vi poneva qualche ramoscello d’ulivo oramai secco e vi appiccava il fuoco. Era un rito propiziatorio, e l’ulivo, quell’ulivo benedetto la Domenica delle Palme ed accuratamente conservato affisso davanti ai quadri sacri o al Crocefisso, bruciando emanava un odore gradevole, molto gradevole, quasi di incenso, che ricordo ancora.
Il temporale infuriava e mio padre mormorava, sbirciando dalle fessure delle imposte, con il cappello in mano: “ancòra no l’é passà!”. Ad ogni scarica di tuono, mia madre, alzava il tono della voce nella preghiera, che era poi l’Ave Maria, con sempre maggiore fiducioso atteggiamento di invocazione. Quando, poi, le furie della Natura s’erano scaricate, allora si riaprivano le porte e si percepiva la freschezza dell’aria pulita e frizzante. “Anca stavòlta è ndàta”, mormorava mio padre quando non c’erano stati danni. Talvolta, oltre alla pioggia (quella tenera!) che d’estate in campagna è sempre gradita, era caduta anche quella dura e violenta: la grandine. S’erano uditi strepitare sinistramente i suoi chicchi, mentre picchiavano rabbiosamente contro le tegole, i muri e le finestre durante il temporale con le folate di vento che in quelle circostanze non mancano mai.
Gli adulti, dopo che il pericolo era passato e la pioggia aveva smesso di cadere, uscivano di casa con gli zoccoli aperti ai piedi e commentavano: “E’ andata anche abbastanza bene!”, oppure “Poteva andare peggio!”. “Anche meglio!” bofonchiava qualcuno, osservando le foglie sbriciolate dalla grandine. “La tempesta avrà portato via il venti per cento” stimavano gli esperti. “Non credo, penso di meno…o di più” sentenziava qualche altro. Ma, in buona sostanza, sempre quel tal “piatto di minestra per tutti” era stato salvaguardato. E non era poco, veramente non era poco!
La maggior parte delle giornate, comunque, trascorreva senza patemi d’animo. Si accudiva alle piccole cose, quali la raccolta delle patate e dei fagioli che maturavano sotto i filari di viti o nei campi di granoturco, al governo del bestiame, alla falciatura ed all’essiccazione dell’erba medica dei campi che a tale tipo di coltura erano adibiti. Oppure, all’imbrunire, attingendo acqua dalla vasca del secchiamo, si annaffiavano le piantine delle verdure appena messe a dimora o si bagnavano le aiole di radicchio e di insalata seminate di recente, come anche il sedano o le piante di pomodoro già in produzione.
Molte sere, dopo cena, ci si riuniva in cortile, anche con persone delle famiglie vicine. I grandi parlavano del più e del meno, del sole e dell’esigenza di pioggia, della maturazione dell’uva e delle pannocchie, del prezzo del latte e del frumento o di altri argomenti analoghi. Noi bambini, invece, giocavamo a rincorrerci, spesso richiamati dalle nostre mamme le quali temevano che con il buio andassimo a scivolare ed a farci male: cosa che puntualmente è accaduta, più di una volta anche…. E mi sembra naturale.
Così il tempo scorreva veloce e ci si avviava al settembre, al momento dei raccolti, all’apertura di un’altra fase di intenso lavoro, al quale, comunque, senza aver fatto grandi cose e senza grandi pretese, senza neppure aver pensato a periodi di ferie estive da trascorrere al mare o in montagna (quelle erano “robe par i siori”), si arrivava sereni e riposati, pronti ai nuovi sacrifici ed alle nuove fatiche che ci sarebbero state richieste.
06/08/2010