La raccolta delle mele, delle pere
e della frutta di stagione
PARMA, 24 AGOSTO - Proseguono i racconti del Gen. Boscarato, racconti naturalmente riferiti a situazioni di altri luoghi e soprattutto di altri tempi. Questa volta, tuttavia, le caratteristiche di quanto ci viene presentato bene si adattano alla stagione che stiamo vivendo in questi giorni: la calura, i temporali, l’estate che avanza e che volge al tramonto, i frutti che maturano sugli alberi, la loro raccolta, la loro presenza sulle tavole delle famiglie numerose di un tempo (ma anche sulle tavole delle famiglie di oggi), la loro conservazione per l’inverno. E con la frutta il sorriso, la gioia di tutti, festa dei bambini.
E’ sempre stata un’abitudine delle famiglie di contadini di un tempo quella di piantare nei loro campi, specialmente attorno a casa, una gran serie di quantità e di qualità di alberi da frutta. Ed il motivo era molto semplice: la frutta è sempre stata un alimento sano, che maturava – almeno allora - senza grande dispendio di denaro e di energie ed inoltre, fino a qualche decina di anni fa, non era soggetto alle malattie che oggi affliggono i coltivatori di frutteti. Allora la frutta era sana e costava poco.
Ne conseguiva che a casa nostra, dove mio padre, che aveva tante bocche da sfamare ed era amante della frutta fresca e soprattutto della tavola imbandita di prodotti che costavano poco o nulla, questo aspetto era tenuto in buona considerazione.
Infatti, negli immediati dintorni dell’abitazione, della casa di campagna nella quale sono cresciuto con i miei fratelli, esisteva una gran quantità di alberi da frutta, in particolare di pere e di mele. Non mancavano altre piante, quali i fichi, le pesche e le susine in tutte le loro varietà, ma ricordo che le pere ed in particolare le mele avevano una presenza più significativa.
Capitava così che verso la fine di agosto, a volte prima ed a volte dopo in funzione della stagione o delle varietà che andavano a maturare, arrivasse il tempo, appunto, della loro raccolta. Si trattava, per lo più, di alberi alti, a volte molto grossi, spesso dotati di rami estesi e scarsamente affidabili, per cui salire era un rischio e, comunque, per sacrosante ragioni prudenziali, non era consentito a noi bambini.
Vi salivano i miei fratelli più grandi i quali, però, si fermavano sui tronchi ritenuti sicuri e di lì operavano nella raccolta in maniera assai proficua. Si andava, poi, sotto la pianta con un carro piatto, sul quale venivano collocate, oltre ai cesti, delle panche o anche delle scale a mezzo delle quali si riusciva a raggiungere una buona altezza e quindi a raccogliere gran parte dei frutti di cui l’albero era dotato.
Quanto alle pere ed alle mele che, per loro scelta o per gioco della Natura, erano andate a collocarsi sulle punte dei rami più alti e che quindi erano irraggiungibili con i sistemi che ho cercato di descrivere, l’ingegno umano aveva inventato degli attrezzi fatti a mo’ di ciotola circolare, muniti nella loro circonferenza di denti di legno, con un manico più o meno lungo, a mezzo dei quali si riusciva ad intrappolare i frutti più scomodi, che poi erano i migliori, ed a portarli nei cesti. Erano chiamati, tali attrezzi, le “sonadòre”, dal verbo “sonàre”, che nel dialetto contadino locale significava, o forse significa ancora, “raccogliere”.
Con tali strumenti, chi era sui tronchi dell’albero o su di una scala, o in piedi su di una panca o anche per terra, dotato di un cestello che in qualche modo era riuscito a sistemarsi vicino, agguantava uno o più pezzi entro il cerchio dentato della sonadòra e poi, facendo scorrere il manico tra le mani, riusciva a deporre, appunto nel contenitore che aveva vicino, quanto aveva raccolto.
La frutta veniva poi portata a casa e, in funzione della varietà, seguiva il suo destino. C’erano le mele che si potevano essiccare per fare le “pòte”, ottime per il “vin brùlé” d’inverno, c’erano pere e mele che andavano benissimo per fare la marmellata, altre che potevano essere conservate su appositi graticci e duravano fino ad inverno inoltrato, altre, invece, che prendevano subito la via del mercato, venivano cioè vendute ai negozianti di frutta e di verdura.
Quelle riposte sui graticci per la conservazione erano, di solito, le migliori ed erano destinate ad andare vendute a stagione un po’ più avanzata, quando il loro prezzo era un po’ cresciuto. Ricordo che una notevole consistenza di mele, specialmente della varietà “canadà”, veniva caricata sul carro a piatto e portata, a più riprese, alla Casa di Cura di Conegliano (la Clinica De Gironcoli,), alla cui Direzione era stata venduta perché venisse consumata dalle persone degenti. Erano buone quelle mele, erano dolci, ed evidentemente s’era valutato che ai malati facessero bene.
Quelle che, malgrado le attenzioni, scappavano di mano e cadevano per terra, ammaccandosi un pochino, solitamente venivano tagliate a fette e riposte in un tino dove si riscaldavano, fermentavano e producevano una bevanda gradevole, un vinello particolare detto il “vin pìcol” che sovente veniva usato come bevanda nei campi, essendo dissetante e scarsamente alcolico.
Da ultimo, la frutta guasta, bacata, non sufficientemente matura o comunque di seconda scelta, era destinata al bestiame. Mia madre ne ha cotto certamente tante pentole di mele che poi finivano nella mangiatoia dei maiali!. Una buona parte di tale prodotto era destinato ad essere tagliato a pezzi e poi versata nella greppia delle mucche in quanto era risaputo che le mele, oltre ad alimentare, avevamo anche il potere di far produrre latte in notevole quantità ed anche buono.
Come ho accennato in apertura del presente brano, anche altre qualità di frutta concorrevano ad arricchire la produzione di sapori e di colori che connotavano la nostra tavola e la nostra vita durante l’estate. Voglio qui ricordarne alcuni tipi ed alcune specialità, la cui presenza era da considerare di maggiore rilievo.
Le ciliegie, nelle loro varietà, sono sempre state l’attrazione dei bambini. I duroni (le duràseghe) erano i primi a maturare su di una pianta alta situata appena dietro la tettoia, e poi le marasche (i marasciòn) dislocate su diverse piante un po’ in lontananza. Di questo tipo di ciliegie, in particolare, ricordo il colore scuro, ricordo il sapore dolce e polposo, ricordo il succo colorato con il quale i grandi si divertivano a tingere il visetto dei bambini, che facevano festa, determinando le giuste reazioni delle mamme. Erano buoni da mangiare i marasciòn, ma ricordo di averne visto anche riposti in vasi di vetro, assieme a composte dosi di zucchero e grappa, esposti al sole nei mesi d’estate accanto ai vasi contenenti malli di noce. Si trattava di attività preparatoria e di previdenza per affrontare adeguatamente – specialmente nelle ricorrenze quali Natale, Capodanno, Panevin, Giovedì e Martedì grasso – la successiva stagione invernale.
E le susine. Le susine di ogni tipo e di ogni colore erano presenti ovunque: gialle, come le gocce d’oro (i maramòeani), violacee, come quelle chiamate di Santa Rosa perché maturavano verso la fine di agosto, festa di Santa Rosa da Lima patrona della parrocchia, e così anche le prugne lunghe o rotonde, grosse o piccole, e le pesche, nelle qualità che maturavano a luglio come anche a settembre.
Poi c’erano i fichi gialli, bianchi, viola e neri, che maturavano in giugno (i fioroni o fichi della prima) ed erano relativamente pochi, ma arrivavano quelli della seconda, in agosto, dopo un po’ di pioggia (una piovéta) e quelli erano tanti, ma tanti veramente e, se la stagione proseguiva asciutta, erano buoni fino a tutto il mese di ottobre. Ricordo che si mangiavano dei buoni fichi anche a colazione, alla mattina, con il pane fresco cotto da mia madre ed appena uscito dal forno. Era buono!
Abbondanza di frutta, insomma, che mai veniva lesinata a chi non ne aveva perché era considerata il completamento del nostro cibo, una benedizione di Dio, e che sovente, attraverso la cottura in grandi pentole, veniva trasformata in marmellata e riposta in appositi vasetti da consumare durante l’inverno.
In tal modo, di tutto quanto la Natura aveva prodotto e regalato, nulla andava perso o distrutto e in autunno gli alberi tendevano le loro braccia al cielo, braccia che si andavano progressivamente spogliando, ma che, nonostante tutto, sembravano esprimere soddisfazione ed orgoglio per aver assolto degnamente la loro funzione.
Sembravano, tuttavia, timorosi dell’inverno che si apprestavano ad affrontare, oltre che privi di frutti anche del tutto spogliati delle loro foglie, così come sta scritto nella indiscutibile legge delle Stagioni, per essere, però, pronti a risvegliarsi in primavera, a gioire ricoprendosi di fiori di tutti i colori, di nuove foglie e poi ancora di frutti generosi che sarebbero stati raccolti, nello stesso modo, con gli stessi accorgimenti e per gli stessi fini, durante l’estate successiva.
24/08/2010