Scelte rapide

Vai a:

martedì 7 febbraio 2012

Rubriche

Pubblicità su ParmaOK

Tel. 0521 208331
Via Bixio, 35 Contattaci

Invia la tua segnalazione

Contenuto alternativo

Scarica Adobe Flash player

Contenuto alternativo

Scarica Adobe Flash player

Il nostro tempo

A cura di Sergio Boscarato

Vedi tutte

Poetar m'è dolce

A cura di Giacomo Amoretti

Invia la tua poesia

Invia la tua segnalazione

Vedi tutte

Mille mondi, una città - Romanzo a puntate

A cura di Luca Mancini

Vedi tutte

Sei in: Home > Italia

Notizie di Il nostro tempo

La festa paesana di Santa Rosa

PARMA, 30 AGOSTO - Il Gen. Boscarato va ora, con i suoi ricordi, alla festa paesana di Santa Rosa alla quale era ed è dedicata una chiesetta posta in periferia di Conegliano, nella frazione di Campolongo, festa che si celebrava proprio in questo periodo, alla fine di agosto.
E rivive con emozione l’avvenimento in tutti i suoi particolari: dal clima psicologico di attesa che si maturava in un periodo di relativa calma per i lavori della campagna (lo scoppio della pace!) alle attività preparatorie specifiche della ricorrenza, dalla parte propriamente religiosa dell’evento   all’aspetto gaio, festoso ed anche folcloristico che lo circondava, evento che, per le sue caratteristiche intrinseche interessava e coinvolgeva tutti, i bambini,  i ragazzi,  gli adulti e, perché no, anche e soprattutto le nuove “coppie di innamorati”.

Ogni paese, ogni città ha il suo patrono, il suo Santo protettore. Per tutte le popolazioni del Veneto, lo si sa, il Santo che può veramente fare qualche cosa con la sua intercessione e del quale tutta la gente è particolarmente devota è  Sant’Antonio da Padova, festeggiato il 13 di giugno di ogni anno.
Treviso ha San Liberale, la cui festa ricorre il 27 aprile; Conegliano ha come patrono San Leonardo, celebrato e ricordato il 6 novembre, anche se poi la città  è suddivisa in diverse parrocchie di cui ricordo quelle del Duomo, di San Rocco e di San Martino, ma ve ne sono altre, ognuna intitolata al rispettivo Santo patrono.
La zona, allora di periferia, nella quale sono cresciuto, zona a Sud di Conegliano, era ripartita, ma ritengo lo sia tuttora, come accade un po’ dappertutto, in paesi più o meno grandi o più o meno piccoli la cui popolazione normalmente faceva capo alla rispettiva parrocchia, dedicata ad un Santo. E nel giorno in cui si festeggiava quel tal Santo, o nei pochi giorni che precedevano o che seguivano, si svolgeva in quel tal paese la cosiddetta sagra e talvolta anche la fiera, cioè un grosso, molteplice e prolungato mercato.
Così Mareno di Piave festeggiava i Santi Pietro e Paolo il 29 giugno, San Michele di Ramera festeggiava, appunto, l’Arcangelo San Michele il 29  settembre, ma la maggiore importanza nel circondario era attribuita alla fiera di Santa Lucia che si svolgeva tra il 10 ed il 15 dicembre, a Santa Lucia di Piave.
La nostra parrocchia, cioè quella di Campolongo, allora frazione di Conegliano, era dedicata a Santa Maria Annunziata, ma nel suo territorio esistevano, come esistono tuttora, due chiesette decentrate: una dedicata a Sant’Antonio, per confine con la parrocchia urbana di San Martino, ed una, dedicata a Santa Rosa da Lima, in estrema periferia, ad Est, cioè verso Fossamerlo di San Vendemiano.
A Sant’Antonio si faceva festa, è naturale, il 13 di giugno, mentre la ricorrenza di Santa Rosa, che cade il 23 di agosto ma che si usava festeggiare il 30 dello stesso mese, era la vera sagra del paese: una data attesa da tutti, mi piace ricordarlo, ad estate avanzata, quando i raccolti della campagna volgevano a maturazione.
Santa Rosa dava anche il nome ad una parte della frazione, area allora, per l’appunto, prettamente agricola, servita da poche strade, quasi tutte poco agevoli, in particolare quelle che portavano ad una zona allora assai degradata: le Rossette.
La strada principale, non tanto lunga ma larga e bene inghiaiata (allora, naturalmente), adduceva alla facciata della chiesetta di Santa Rosa e terminava con una piccola piazza, agevolmente definibile “uno slargo” triangolare, coincidente con la curva a destra della strada stessa. La facciata della chiesa, due gradini, una porta antica e sbiadita, due file di banchi, cinque da una parte e cinque dall’altra, l’altare con un tabernacolo e quattro candelabri, sul retro una piccola sacrestia: ecco tutto.
 Ma sopra l’altare c’era una giovane: una giovane, inginocchiata, bella, che pregava, che pregava per noi. Era Santa Rosa, una  vergine americana, verso la quale la popolazione del luogo nutriva (e ritengo proprio nutra tuttora) particolare devozione, o forse anche una forma di affetto, intriso di credenze e di emozioni profonde, che soltanto la gente semplice del luogo è capace di esprimere.
Quella chiesetta fu a Lei dedicata secoli or sono dai nostri avi e nessuno ha mai osato alterarne le pareti o toccare quel dipinto, anche se logorati dal tempo, per aggiustarli o rimodernarli: a tutti piacevano e piacciono così. Per il giorno della sagra, le vie del vicinato venivano fornite di archi, addobbate di bandierine, mentre la facciata della chiesetta veniva rinverdita di alloro ed abbellita con piante e fiori. La notte, poi, rimaneva illuminata siccome centro di attrazione per tutta la gente che gioiosa, in una serata d’estate, vivacizzava  la sagra del paese.
Non mancavano le bancarelle ricche di dolciumi, giocattoli, cappellini, magliette ed altre cose del genere, cui erano particolarmente interessati i bambini. Ricordo la presenza, in un determinato punto, di alcune bancarelle speciali, quelle rosseggianti di fette d’anguria, frutto di stagione, che venivano a tutti propinate a buon prezzo. E sul tavolo della bancarella, assieme a quelle fette, c’erano dei pezzi di ghiaccio che servivano per mantenere fresco il prodotto e renderlo più attraente. Sì, pezzi di ghiaccio, sulle bancarelle come anche nel tino retrostante dove nell’acqua, sempre mantenuta fresca, galleggiavano delle grosse angurie, i cocomeri, i meloni ed ogni ben di Dio. Pezzi di ghiaccio, perché ancora non esistevano quegli apparati speciali, oggi in dotazione a tutti, che sono i frigoriferi.
Il parroco, che a quei tempi poteva essere Don Francesco Forlin, veniva in bicicletta per  celebrare la Messa cantata delle 10, si intratteneva un po’ con la gente, a volte anche consumando il desinare in qualche casa di contadini del luogo. Poi era presente per i Vesperi del pomeriggio, seguiti da una particolare benedizione in nome di Santa Rosa, con questo concludendo la fase religiosa della giornata.
La gente, invece, dopo la Messa del mattino, ritornava a casa per il pranzo, veramente ricco in quel giorno. Ricco anche a casa nostra, ricco di vivande, con la presenza di una anguria grossa che mio padre comperava e che uno dei miei fratelli portava a casa, ricco perché anche in quel giorno, come in poche altre ricorrenze dell’anno, arrivava a tutti la “mancia” da parte di nostro padre.
Nel pomeriggio, dopo il Vespero, verso le 17, iniziava la sagra paesana vera e propria. Qualche anno ho visto anche la giostra, quella con i seggiolini appesi alle catene che giravano carichi di ragazzi e di ragazze al suono di un qualche giradischi dotato di apposito grammofono, in una atmosfera vivacizzata dagli interventi del giostraio che gestiva l’intera situazione.
Un angolo era riservato per il tiro alla fune. Potevano entrare in competizione le contrade di Santa Rosa e di Ca’ di Villa, o altre ancora delle quali il paese era formato. Ma a volte si misuravano anche “sposati contro scapoli”, mai “uomini contro donne”, per una forma di rispetto. Alla fine coloro che vincevano bevevano un bicchiere di vino e coloro che perdevano…. facevano altrettanto, per darsi il coraggio necessario a superare l’onta della sconfitta. 
Immancabile la presenza del palo della cuccagna.  Si trattava di una grossa pertica, di un palo normalmente destinato a sostenere i fili della luce, ottenuto in prestito dalla S.A.D.E. (così si chiamava allora l’ente erogatore dell’energia elettrica, mentre l’E.N.E.L. non esisteva ancora), che veniva opportunamente impregnato di grasso, saldamente impiantato sul terreno, e che portava in cima, ben legato, un cerchio al quale era appesa la “cuccagna”, costituita da un pollo, un coniglio, un salame, un’anguria, un fiasco di vino e qualcos’altro per fare in modo che il cerchio stesse in equilibrio.
Una squadra di arditi giovanotti, con abbigliamento adeguato, intraprendeva la “scalata al palo della cuccagna”, superando le non poche difficoltà connesse all’altezza del palo stesso, ma soprattutto al fatto che lo stesso era stato unto in abbondanza appunto per ostacolare la presa necessaria a consentirne la scalata. Applausi ed incoraggiamenti da parte del pubblico per i successi, oppure fischi e voci di disapprovazione per gli insuccessi, erano inevitabili. Ma ci si divertiva per tanto così.
E la squadra di giovanotti continuava nell’impresa, armata di stracci per assorbire il grasso, di sacchetti di cenere per neutralizzarlo, fino a quando, a furia di provare e di salire e scendere, uno riusciva ad agguantare  il cerchio della cuccagna. Ricordo che una volta un ragazzo riuscì, prima di scivolare verso il basso, ad afferrare il manico della sporta che conteneva un gallo vivo: la sporta si ruppe ed il gallo “liberato”, con splendido volo, quasi radente sopra le teste della gente, raggiunse il suo pollaio poco lontano, tra gli applausi della folla divertita. Tutto si concludeva, comunque, con il recupero del bottino da parte di chi veramente se l’era guadagnato, intrattenendo allegramente gli spettatori. E di questo episodio si parlava poi per parecchi giorni in paese.
Come è lecito pensare, tra la folla erano presenti i ragazzi e le ragazze. Era quella una circostanza che favoriva gli approcci. La ricerca della persona che interessava, già predefinita da tempo ma mai potuta incontrare. Uno sguardo, un sorriso, un commento sul momento dello spettacolo o dell’intera cornice della sagra, poi la proposta per offrire un dolcetto, una pasta o una bibita e, poi dopo, quello che la fantasia suggerisce potesse seguire. E’ un fatto che deve essersi ripetuto con una certa frequenza e con successo, tant’è che da secoli s’è resa proverbiale sulla bocca delle donne del luogo l’invocazione: “Santa Rosa, fammi sposa!”.
Quando, più tardi, il sole era calato all’orizzonte ed avanzavano tenebre azzurre, fuochi d’artificio popolavano il cielo dei più svariati colori per dare al pubblico l’ultimo spettacolo, che si protraeva fino a notte inoltrata, concedendo alle nuove coppie di innamorati, che dalla periferia assistevano allo spettacolo del cielo, il tempo per suggellare la loro promessa.
Ho provato gioia e tenerezza descrivendo “con il cuore” questo episodio ricorrente nel mio paese, Campolongo, paesino testimone della mia infanzia e della mia prima giovinezza, rendendomi conto che solo ora, che da esso vivo lontano e che valuto quei fatti dopo un’esperienza  di cinquanta o sessanta anni trascorsi altrove, riesco a dare il giusto valore a quel prezioso tesoro che custodiva, a dispetto delle grandi città: l’armoniosa semplicità della vita.
 Ma forse le cose, e lo temo veramente, saranno cambiate anche lì!

30/08/2010

Ricerca nel portale

Testo da cercare

Banner Consorzio Prosciutto di Parma

Scarica Adobe Flash player

Galloni Costruzioni
Piero Merli e C.

Banner Box e Box

Scarica Adobe Flash player

Banner Box e Box

Scarica Adobe Flash player

Team 62
Santa Chiara Trattoria

Meteo a Parma

Sevizio non disponibile.

Sezioni

L'Oroscopo delle stelle

Vedi tutte

I percorsi della mente

A cura di Lorenzo Bertinelli (psicologo)

Invia la tua domanda

Invia la tua segnalazione

Vedi tutte

Come ti curo il piccolo

A cura di Angelo Cantarelli

Come ti curo il piccolo

Invia la tua segnalazione

Vedi tutte

Logicom

Powered by E-project

Altri link