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Panevin

PARMA, 5 GENNAIO - Bellissimo, suggestivo, ricco di intimità e di auspici, il ricordo del generale Boscarato, riferito alla sera della vigilia dell’Epifania, 5 gennaio di ogni anno.
Ecco il racconto.

PANEVIN

“Paese che vai, usanza che trovi”, dice un proverbio vecchio quanto il mondo. Ed è vero, ma è altrettanto vero che i ricordi, legati alle usanze della terra in cui si è nati  non ci abbandonano mai. E’ un discorso che vale per me che vengo dal Veneto, come vale per tutti coloro che a Parma sono capitati da qualsiasi parte d’Italia o del mondo ed in generale per tutti coloro, e sono tanti, che in questi anni migrano per gli accadimenti della vita. Tutti noi portiamo, nel profondo del nostro cuore, i ricordi, le tradizioni della nostra terra d’origine, e ne siamo gelosi custodi, sicuri come siamo che essi sono in assoluto i migliori messaggi di genuina dolcezza che possano esistere al mondo. E tali sono veramente…almeno per ciascuno di noi!
Passate le Feste di Natale e di Capodanno, arriva l’Epifania che “tutte le feste porta via”. Potrebbe avere in sé il senso della tristezza perché segna la fine di un periodo di vacanze e si ritorna al lavoro, ma non è così: l’Epifania porta in sé l’idea del nuovo, l’idea del bello, il fascino delle cose da vivere e da scoprire, il gusto dell’approccio alla creatività, lasciando alle spalle ciò che di meno buono si è subito nell’anno passato. Per vedere tutto questo sono necessari la luce, la fede, la fiducia nella vita, il calore umano, il sorriso di chi ti è vicino, la salute, la gioia dell’intraprendere, il pane per noi, per tutti.


Ed ecco, con l’Epifania, il ritorno dei pensieri alle mie terre, ecco la sera del “pan e vin”, la sera della vigilia di tale ricorrenza. E’ ora nel Veneto, ma lo era di più quando ero ragazzo, una serata magica che entusiasmava i grandi, gli adulti, e che faceva  scalpitare di gioia i ragazzi, i bambini.
 Questo lo scenario: vicino ad ogni casa di contadini veniva predisposto con cura il “panevin”, un mucchio di sterpaglie, rami d’albero, canne, frasche secche, paglia ed ogni sorta di altre cose di cui liberarsi. La sua “edificazione” seguiva un rituale al quale noi bambini partecipavamo con la curiosità e l’euforia delle cose non abituali: avveniva nel pomeriggio del 5 gennaio, qualche ora prima dell’imbrunire. Gli adulti piantavano per terra tre pali, incrociati tra di loro e legati ad altezza d’uomo con un robusto giunco di salice, sì da formare due “vani”: uno sottostante, tra la terra ed il punto di incrocio dei pali, e l’altro al di sopra. Sotto, all’interno, veniva collocato tutto quanto era bene asciutto, su cui fosse agevole appiccare il fuoco, anche se di breve durata, mentre sopra e poi tutto attorno veniva collocato il materiale più consistente, quello che poteva far durare di più la fiamma.
Quando calava l

a notte, si cenava. Erano altri tempi, le famiglie di contadini erano composte da dieci, dodici persone: noi eravamo quindici. Non era facile quella sera tenere a bada noi più piccoli: in una mano il cucchiaio, nell’altra la scodella e lo sguardo vispo ed irrequieto attraverso le finestre, per tenere sotto controllo la situazione e dare un frenetico allarme non appena le fiamme di qualche falò fossero apparse, vicino o in lontananza. Era quello il segnale: l’ora era giunta anche per noi!
Tutti fuori, con giacche e cappelli per ripararci dal freddo. Le fiaccole (che erano mazzetti di paglie di frumento) si accendevano in cortile e subito dopo si snodava una gioiosa processione fino a raggiungere il “panevin”, quindi a circondarlo. Il fuoco veniva appiccato dalla manina più giovane, nella parte bassa, e poi tutti attorno, ciascuno con la propria fiaccola, si concorreva al successo dell’impresa. In pochi secondi le fiamme divampavano, crepitando allegre, riscaldandoci festosamente, mandando al cielo, con una colonna di fumo, mille faville che salivano su su, per scomparire nel buio o ricascare, vicino a noi, per spegnersi in terra. La stessa cosa accadeva presso ciascuna famiglia del vicinato e così anche in lontananza, per cui la pianura si presentava trapuntata da mille falò, attorno ai quali la gente, semplice e serena, faceva salire al Cielo un coro di invocazioni che in buona sostanza dicevano: “Che Dio ne dae la sanità, la bontà el pan el vin”, cioè “Che Dio ci dia la salute, la bontà e il pane e il vino”. E non è poco!


Quel falò durava un quarto d’ora, ma era ricco di significato e portava i presagi per l’anno appena iniziato. I tre pali rappresentavano i tre Re Magi in arrivo, il fuoco doveva illuminare loro la strada, riscaldare Gesù Bambino, asciugare i panni della Madonna e, nel frattempo, distruggere le cose non belle dell’anno passato, purificare, mondare. E il fumo, anche il fumo aveva il suo significato, secondo la direzione che prendeva: “Fun a matìna, ciol su el sac e va a farìna” , “Fun a séra, poénta de pien caliéra” e cioè “Fumo che va a mattina, verso Oriente, predice una annata magra, per cui urge prendere il sacco ed andare in cerca di farina” ed invece “Fumo che va a sera, verso Occidente, polenta a pentola piena, abbondanza per tutti”.
Poi si rientrava in casa, per completare la cena e più tardi, mentre noi piccoli dovevamo correre a letto perché stava per arrivare la Befana, i grandi facevano la loro partita a carte, bevendo un boccale di vino spillato dalle botti della cantina posta accanto. Tutto, con i migliori auspici per l’anno nuovo!
 
Ora, a distanza di sessant’anni, rivivo la ricorrenza con la stessa emozione. Assieme alla mia famiglia, brucio un “panevin”, seppure di modeste dimensioni, nel giardino di casa mia, ma davanti a quel fuoco che arde e mi riscalda ancora, come allora, forte dell’esperienza di un’intera vita vissuta nell’Arma, ricordando mille episodi, belli e brutti, ed interpretando il pensiero di chi mi sta vicino, o forse anche quello di tutti gli uomini di buona volontà, cerco di vedere nel fuoco il calore che ci dia il coraggio per proseguire e la luce che ci consenta di capire da quale parte sta il bene, per sostenerlo, e da quale altra parte sta il male, per combatterlo. Frattanto chiedo a Dio per me, per i miei cari e per tutti “la sanità, cioè la salute”, “la bontà” che consenta a tutti i popoli di vivere in pace, “il pane” a sufficienza per tutti gli esseri umani ed anche “il vino” che possa dare a ciascuno di noi quel tanto di  buon umore che serve per affrontare con serenità e con ottimismo le prove di cui il cammino di ciascuno è cosparso.
 
Questo è l’augurio che faccio a tutti, alla luce della fiamma viva e crepitante, riscaldato dal calore di un “panevin” acceso, assieme alla mia famiglia, a San Lazzaro di Parma,  la sera della vigilia dell’Epifania.

05/01/2011

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