La nostra casa di Campolongo
“Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri un’abbadia!” Così diceva il poeta di casa sua e così penso io della casa nella quale, con i miei fratelli, ho trascorso gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza.
Vi si accedeva dalla strada principale di Campolongo, una strada allora inghiaiata, chiamata via Ca’ di Villa, attraverso un ingresso realizzato mediante la copertura di un fossato e la sua incanalatura in un robusto tombino, a sua volta coperto di un consistente strato di cemento e di ghiaia tale da sostenere il peso dei carri che sopra di esso dovevano passare. I lati di tale ingresso erano delimitati da due muriccioli (le muréte), semicurvi verso l’esterno, alti mezzo metro o poco più e tondeggianti sulla parte superiore. Su tali “murete”, durante le sere d’estate, non di rado ci si andava a sedere per respirare l’aria fresca dopo una giornata afosa ed anche per rimanere in contatto con la gente che passava per la strada e che sovente si fermava. Quindi una cancellata in ferro, tra due pilastri di sostegno, con un cancelletto pedonale di facile apertura ed un cancello più largo che veniva aperto solo per il passaggio dei carri pesanti.
Sul ciglio del fosso, dalla parte interna verso l’abitazione, a ridosso della rete metallica che costeggiava la proprietà, v’era un giardino nel quale le mie sorelle amavano far crescere fiori di ogni tipo che avevano il compito di imporsi all’ammirazione di quanti transitavano per via Ca’ di Villa. Dentro, davanti alla casa, un ampio cortile nel quale spesso erano parcheggiati i carri agricoli e dove qualche volta di domenica ed in particolare nel pomeriggio del martedì di fine carnevale, gli uomini giocavano a bocce mentre le donne, uscendo dalla cucina con un cesto di chiacchiere (i cròstoli), le servivano ai “giocatori” assieme a qualche buon bicchiere di vino bianco.
L’intero lato antistante la casa era protetto da un marciapiede in cemento che consentiva, anche in condizioni di tempo piovoso, un passaggio sull’asciutto dalla cucina alla stalla, poste sulle due estremità del fabbricato.
La casa si articolava su tre piani.
Al piano terra, chi entrava dal cancello, dopo aver attraversato il cortile, trovava una “salétta”, così era chiamata, che fungeva da accesso alla cucina, la quale cucina consisteva in un salone molto grande, con il pavimento di mattoni, un gran tavolo rettangolare al centro ed in fondo il forno, il camino ed il “secchiaio”, il luogo, cioè, dove si lavavano le stoviglie. Dalla “salétta”, sul lato sinistro, si accedeva ad alcuni vani riservati alla famiglia del padrone della casa e del fondo, il Sior Tullio Piazza-Varè. Procedendo verso sinistra, v’era la zona delle cantine (una antistante e l’altra posteriore) e quindi un portico sotto il quale venivano ricoverati i carri. Il piano terra si chiudeva con un lato ortogonale, posto a novanta gradi e che quindi chiudeva il cortile in un angolo retto, che costituiva la stalla nella quale, entro apposite pareti di legno (le paredàne), trovava collocazione il bestiame: mucche da latte, buoi da lavoro, vitelli.
Dal piano terra, mediante una scala a larghi gradini di legno che partiva dal fondo della saletta, si accedeva al primo piano che era quello delle camere da letto. Nell’ordine vi si trovavano la camera matrimoniale dei miei genitori, quella dei ragazzi, quella delle ragazze ed in fondo ad un corridoio ancora due o tre stanze per i bambini. Il primo piano si chiudeva con una grande vano “la bigattiéra”, dotata di massiccia stufa di pietra, destinata ai bachi da seta allorché erano nella prima “muta”, cioè nella prima settimana di esistenza. Aldilà, sempre al primo piano, ma sopra il portico e sopra la stalla, v’era il fienile, ripartito in due zone, una per il fieno e una per le balle di paglia.
L’intero terzo piano, al quale si accedeva sempre a mezzo di una scala di legno a comodi gradini, costituiva il granaio. Uno stanzone enorme, grande quanto l’intera casa, largo otto-dieci metri e lungo non meno di cinquanta metri, nel quale si essiccavano le granaglie, si riponevano i frutti della campagna, si portavano i bachi da seta dopo la quarta muta per farli crescere e purgare, fino a quando andavano “al bosco” per fare il loro bozzolo.
Sul lato destro della casa, all’ombra di un grande olmo, era collocato un pollaio in muratura, con il tetto a terrazza ed un recinto riservato ai maiali che a casa mia si allevavano. Sul retro della casa, invece, era ubicata una capiente tettoia a due piani sotto la quale, al piano terra trovavano ricovero carri ed altri attrezzi agricoli, mentre il piano sovrastante era il ripostiglio di quanto poteva essere accantonato, mai distrutto, da una famiglia di contadini.
Ai lati e nella parte retrostante della casa, campi e vigneti a perdita d’occhio. Lungo la strada, al di qua della rete metallica, dal lato della cucina, verso la famiglia “Gatti”, era stato collocato un lungo filo di ferro zincato sul quale le donne stendevano il bucato, mentre il lato dalla parte della stalla, che si estendeva di fronte al “Borgo Bin”, era dominato da un antico quanto gigantesco albero di noce (la cuchèra), sotto la quale tutti noi abbiamo giocato e che per tutti noi racchiude una somma di indimenticabili ricordi.
Questa la cornice entro la quale racchiudo i ricordi della casa dove sono cresciuto con i miei fratelli, assistito, guidato e sorretto dai miei genitori, e che di buon grado consegno, non senza emozione, ai tempi che verranno, a coloro che da noi hanno tratto origine e che troveranno interesse a scoprire qualcosa di noi, delle nostre origini che, in ultima analisi, sono anche le loro.
01/01/2011