Buon Anno!
Questo era l’augurio semplice, molto semplice, ma ricco di sentimento e di contenuto, che andavamo a portare ai nostri genitori il giorno di Capodanno. Di mattina presto, molto presto. Li dovevamo cogliere a letto prima che si svegliassero, prima che si alzassero, e non era semplice perché mia madre soleva andare a “Messa Prima”, che era alle sei, e mio padre doveva andare a governare il bestiame che anche la mattina di capodanno lo attendeva nella stalla.
L’organizzazione veniva definita la sera precedente, da parte dei miei fratelli più grandi, dopo che i nostri genitori erano andati a letto. Mentre nelle altre mattine era mio padre che dava la sveglia a tutti, e su questo non ci sono mai stati dubbi, per quella mattina bisognava batterlo sul tempo. Allora qualcuno che disponeva dell’orologio a sveglia, uno di quegli attrezzi rotondi di una volta che sapevano suonare forte, e quel qualcuno poteva essere la Lina, la Rina, la Gilda, forse Nicola (tutti miei fratelli maggiori), lo puntava sulle cinque o anche prima. Appena suonava, l’orologio veniva azzittito altrimenti avrebbe svegliato anche “i Vecchi”. Poi, nella penombra del corridoio, al freddo perché non esisteva alcun sistema di riscaldamento, i grandi facevano circolare silenzioso il messaggio della sveglia per tutti: le ragazze in vestaglia con un cappotto vecchio o uno scialle sulle spalle, gli uomini con le braghe tirate su alla meglio, i bambini con le giacche dei grandi che arrivavano fino ai piedi, tutti infreddoliti ma felici per l’impresa che stavamo per mettere in atto, ci si radunava davanti alla porta della camera da letto dei nostri genitori. Seguiva l’irruzione.
Era un rito che si ripeteva ogni anno. Naturalmente li sorprendevamo sempre nel sonno, almeno così sembrava o così poteva apparire a noi bambini, mentre a distanza di tempo mi torna lecito pensare che i due “Vecchi”, sapendo tutto quanto stava per accadere in casa, avessero origliato i nostri movimenti ed avessero finto di dormire al momento del nostro arrivo.
Il più piccolo bussava alla porta della camera. Questo è toccato per anni a me e poi alla Luigina, la mia sorellina più piccola. Poi, quando sono arrivati i nipotini, è stato il loro turno: Roberto, la Natalina, gli altri. “Buon anno!” era il nostro messaggio, Buon anno ai nostri genitori, ai nonni, ed era il momento in cui ci auguravamo “buon anno” anche fra di noi, perché l’incontro di prima lungo il corridoio non poteva essere considerato con il carattere dell’ufficialità.
I bambini, naturalmente, saltavano sul lettone, perché lì si poteva fare meglio gli auguri al papà, alla mamma, al nonno, alla nonna, secondo i tempi, e perché lì, tanto era improvvisata la cosa!, si potevano ricevere le caramelle come gratitudine e ringraziamento per gli auguri. I più grandi, invece, restavano in piedi accanto al letto e ripetevano composti “Auguri, mamma, auguri, papà, buon anno!”. Mio padre offriva a tutti gli uomini un bicchierino di grappa che serviva per riscaldare l’ambiente, ma che voleva anche significare il perpetuarsi dell’auspicio per una buona annata. Una della mie sorelle più grandi scendeva in cucina per preparare il caffè, ma puntualmente – guarda caso – lo trovava già pronto perché mia madre che, come sopra ho detto, “certamente dormiva”, aveva provveduto a far bollire la pentola dell’acqua sopra il ceppo che di solito bruciava sotto il camino l’ultima sera dell’anno, introducendovi la miscela di orzo abbrustolito che era destinato a diventare il nostro caffè del mattino.
Caffè, un grappino, le caramelle per i bambini, e poi il rito era stato celebrato e ciascuno ritornava nella sua camera per dormire ancora un’ora a meno che, come qualche volta è accaduto, non si pensasse di andare a Messa Prima con la mamma.
La giornata, poi, scorreva normale: la colazione verso le otto del mattino, il pranzo verso l’una: c’era sempre arrosto al pranzo di capodanno, preceduto dagli gnocchi che le mie sorelle preparavano nel corso della mattinata. Al riguardo ricordo con certezza l’anatra arrostita del capodanno 1944. La ricordo per un particolare tanto curioso quanto significativo: era profumata, era bella, a noi ragazzini, e non solo a noi, faceva venire l’acquolina in bocca. Appena assaggiata produceva un senso di disagio e di delusione: era insipida ed infatti in quel periodo di guerra il sale mancava. Peccato, perché era buona quell’anatra, era stata cotta con amore da mia madre, però cascava dalla bocca anche se lei cercava di convincerci che, tutto sommato, era gustosa e poteva essere mangiata!
La giornata si concludeva con i vesperi del pomeriggio e poi con una bella partita a tombola nella stalla, nello spazio destinato al filò, dove tutta la famiglia si riuniva dopo cena e dove, di solito, confluivano anche persone del vicinato per fare gli auguri e soprattutto per riscaldarsi e dove puntualmente approdavano i “morosi” delle mie sorelle maggiori, anche loro per fare gli auguri a tutti, naturalmente anche per riscaldarsi, e non solo per questi motivi.
Noi piccoli eravamo loro affezionati perché ci portavano sempre qualche cosa di nostro interesse, come caramelle o cioccolatini, ma anche perché quando si giocava a tombola molto spesso erano “distratti” e non si accorgevano, o fingevano di non accorgersi, di aver fatto terno, quaterna o cinquina, per cui consentivano a noi di vincere.
Così passava la giornata di capodanno, una giornata ricca di sentimenti, di affetto e di rispetto, una giornata bene augurante che apriva, all’insegna della semplicità e dell’amore, il nuovo anno.
01/01/2011