'Oriente di Hayez e Pasini, grande mostra a Reggio
REGGIO EMILIA, 12 GENNAIO - Ed è su questo lontano Oriente, lo stesso che diviene popolare grazie ai romanzi d'avventura popolati da tigri o dal fumo conturbante dell'oppio, lo stesso che ammaliò tutta Europa grazie alle delicate armonie dei racconti e delle incisioni giapponesi, che si sofferma la grande mostra che Palazzo Magnani, a Reggio Emilia, promuove con il titolo «Incanti di Terre Lontane. Hayez, Fontanesi e la pittura italiana tra otto e novecento».
Un titolo articolato per dar conto delle diverse anime che danno vita a questa affascinante esposizione. I due protagonisti innanzitutto, Hayez e Fontanesi. L'Oriente del primo è quello vicino, mediterraneo, non direttamente vissuto ma sapientemente evocato.
Quello del secondo, invece, è l'Oriente estremo, o almeno un lembo di esso, il lontano Giappone, regno che lo ospitò a lungo, onorandolo, e che lui a sua volta volle onorare.
Intorno ai due, i molti altri che lungo gran parte di questo secolo, l'Ottocento appunto, hanno descritto gli incanti, le malie di terre ai più ignote e per questo ancora più affascinanti. Un centinaio di opere degli Orientalisti italiani, con molte novità.
A partire dalla presenza, straordinaria di alcuni dei più importanti dipinti di Francesco Hayez. A Palazzo Magnani si potranno infatti ammirare l'Odalisca della Pinacoteca di Brera, la Ruth delle Collezioni Comunali di Bologna e Un'odalisca alla finestra di un Harem di una nota collezione privata.
La mostra dà conto della ventata d'Oriente che suggestionò la pittura italiana nel secondo '800 riconoscendo come punto d'avvio, non unico ma certo particolarmente importante, Francesco Hayez. Da Parma, prima Alberto Pasini e poi Roberto Guastalla, il «Pellegrino del sole», percorsero carovaniere e città per raccontare questi altri mondi. Il secondo lo fece portandosi dietro, oltre a tavolozza, cavalletto e pennelli, anche uno strumento nuovo, la macchina fotografica.
Da Firenze parti alla volta dell'Egitto Stefano Ussi che subito dopo l'apertura del Canale di Suez, lavorò per il Pascià prima di trasferirsi in Marocco. Al fascino della scoperta che si fa suggestiva visione di mondi «altri» soggiacquero Eugenio Zampighi, Pompeo Mariani, Augusto Valli, Giulio Viotti, Achille Glisenti, Giuseppe Molteni, a conferma della trasversalità e del dilagare in tutta la penisola di un'affascinante attrazione.
Dall'Orientalismo non sfuggì certo il Mezzogiorno d'Italia. Ne fu testimonianza, a Napoli, Domenico Morelli che, senza mai aver messo piede nei territori d'oltremare, descrisse magistralmente velate odalische, figure di arabi, mistiche atmosfere di preghiere a Maometto. Visioni esotiche soffuse di raffinato erotismo si ritrovano anche negli olii scenografici di Fabio Fabbi, del siciliano Ettore Cercone e del pugliese Francesco Netti.
Quest'ultimo in particolare, di ritorno da un viaggio in Turchia, si dedicò alla produzione di opere orientaliste di tono intimista, come per esempio Le ricamatrici levantine, venate dallo stesso «garbo mediterraneo», presente nelle odalische di Morelli Una attenzione peculiare la mostra riserva, anche per ragioni di nascita reggiana, a Antonio Fontanesi.
Egli, tra il 1876 e il 1878, venne chiamato, insieme al altri artisti italiani, ad insegnare alla neo-fondata Accademia di Belle Arti di Tokyo, restituendo immagini disegnate e dipinte del Giappone interpretate dal suo squisito linguaggio lirico. Nella ricca produzione pittorica di questo artista le opere di soggetto orientale non sono che poche unità: tre dipinti, tra cui uno non ultimato e alcuni disegni a matita. Preziose e rare testimonianze raccolte per la prima volta in una mostra.
12/01/2012